Il Natale

Il “natale” è innanzitutto astrologico, non nasce o è nato nessun umano o figlio di Dio di nome Gesù, men che meno in una stalla o cose simili. La stella dell’est o stella cometa che seguono i re magi, sarebbe Sirio; la stella più luminosa che la notte del 24 dicembre si allinea con le tre stelle al centro della cintura di Orione, note anticamente, appunto, col nome dei 3 re, indicando il punto preciso dove sorgerà il Sole nel suo giorno più corto e quindi più buio, quella del 25. Il Natale, la festa di Natale invita a predisporsi per assorbire quelle particolari influenze che si processano quell’unica volta all’anno dopo il solstizio di inverno e che è il punto dell’orbita della Terra nel quale il Sole, che è il faro, il generatore ed emanatore in questo sistema della Coscienza, è più vicino.

Il centro del Natale è il Sole, la sua influenza, un influenza capace di aiutarci a svegliare e far crescere in noi il seme del Cristo, puro rappresentante della coscienza e testimonianza della vita del creatore. Attraverso il Sole noi riceviamo quotidianamente vibrazione, luce e calore, forze necessaria al nostro sostenimento ed al nostro funzionamento. La vibrazione è la mente, il pensiero del Creatore, la luce è la capacità di vedere, il Figlio del suo pensiero ovvero la Coscienza, la coscienza è conseguenza del fatto che nell’universo c’è intelligenza, ecco perchè si parla di Figlio, non è di una genesi genetica o corporea. Il calore è lo Spirito del Creatore, è ovunque, ed è la forza che in noi si esprime nel sangue. Ridurre il Natale ad un evento puramente astronomico è un errore, il natale è astrologico e l’astrologia è lo studio delle influenze sull’uomo. Ma veniamo al mito e a provare a “spiegare” alcuni simboli celati nel racconto stesso di questa nascita.

Come mai la stalla, il bue e l’asino? Il bue sarebbero le emozioni negative o positive, le une ci mangiano e consumano e le altre alimentano le nostre illusioni ed aspettative. L’asino sarebbe invece la “mente”, quel sunto di effigi, credenze, idee indotte, sulle quali si fonda il nostro Dialogo interiore incessante, che valuta, giudica, compara, e descrive tutto il mondo, le circostanze e le relazioni con gli altri, alla luce del nostro sistema di credenze; un apparato artificiale, una visione falsata figlia della prima educazione e che funziona classificando e usando il pensare associativo. la stalla è proprio la condizione degli animali, il luogo dove l’animale sta, un livello, una condizione umana specifica. Il Cristo, cioè la Coscienza, nasce in una notte buia e da quel momento comincia la sua ascesa verso la aist luce, infatti da dopo il 25 la luce del giorno inizierà a mangiare il buio della notte e le giornate inizieranno ad allungarsi. La nascita del Cristo è una “presa di coscienza”, è in qualche modo una sorta di risveglio al mondo, un momento intimo di umana consapevolezza. 

I tre Re, i re magi che come ho detto sono le stelle della cintura di Orione, costellazione molto visibile nelle notti di dicembre, rendono onore alla “Coscienza”, all’archetipo del sacro Sole, il Cristo, al quale ognuno di noi aspira, rendono onore ad un preciso cammino di risveglio, nei misteri iniziatici si attribuisce all’accensione del fuoco sacro, quello che Prometeo ruba agli Dei per dare all’uomo la possibilità di conoscere, la consapevolezza, la luce delle luci che il Sole stesso emana nel nostro sistema. Il Cristo nel “natale” ci parla di una matrice, una matrice luminosa, fatta di tutti quegli individui che hanno avuto il loro natale personale, il natale della loro rinnovata essenza, il natale, inteso proprio come nascita intima, interiore profonda. La vergine Maria è la costellazione di Virgo o Vergine, appunto, il cui simbolo è una “M”. Mirra madre di Adone, Maya madre di Buddha, Maria di Gesù, “M” come Maddalena. La costellazione di Virgo a volte viene chiamata anche la “casa del pane”. Ecco perché spesso il simbolo di questa costellazione è una vergine con un fascio di grano. Guarda caso “Betlemme” si traduce di fatto proprio in “casa del Pane”, quindi oltre a riferirsi alla costellazione della Vergine ed essere il luogo dove nasce il Cristo, ci sta dicendo in che modo. Non è Gesù che nasce a Natale, ma l’essere interiore profondo di coloro che stanno lavorando a questa nascita, in una notte dove gli auspici astrologici ci invitano al risveglio a prendere coscienza della nostra esistenza. Ognuno avrà od ha avuto il suo natale personale, e non è, o sarà, in un giorno preciso: accade. Quello che tante volte sfugge è che è tutto simbolico ed è stata scritta sulle stelle la più grande storia mai raccontata.

Betlemme. Il pane ad esempio è la rappresentazione dello sperma sacro negli antichi riti “pagani”, il pane è la sostanza con cui costruire i corpi Solari del “Cristo”, con cui costruire una nuova consapevolezza; il pane è la sostanza dell’uomo, la sua energia sessuale creatrice ed il vino è l’essenza dell’energia femminile, la donna è la coppa del Santo Graal, nell’ultima cena il calice è la donna, il principio femminino, il valore “animico” della donna è nel Calice. Consapevolezza ed “energia” creano la mia realtà. L’anima è dotata di una sostanza particolare, una luce, una luce delle luci, ma ha bisogno di sapere, deve essere istruita e deve “prendere coscienza” di cos’è. 

Tra le altre cose. Ricordate quando dicevo – dove è la mia “attenzione” lì sarà la mia energia (creatrice)? Se la mia attenzione è nell’abbondanza della tavola, nei regali, nel festeggiare, nel consumismo, nell’andare a messa e tutto il resto, lì sarà la mia energia e genererà quello che potrà nelle circostanze che avrà o meglio che avremo procurato o prodotto. Cosa serve andare a messa se non so nemmeno per quale strana ragione dovrei farlo; non è Gesù che consacri, ma te stesso, la ragione della tua esistenza. Il Cristo non è un uomo, è una “possibilità”; una possibilità di risveglio, di rinnovamento, di cambiamento, di trasformazione da umani a divini, ecco perchè è il figlio unigenito di Dio, è unico, come la nostra stessa unicità. Il Cristo cosmico è l’insieme delle consapevolezze che fanno questo, e quanto più individui compiono il loro natale e tanto più forte è la sua influenza nelle notti del solstizio di inverno, il cui fulgore è tra il 24 e 25 dicembre. Babbo natale è l’anziano dei giorni della tradizione esoterica, porta i regali perchè sono l'”essere” ci da gli autentici doni che non sono altro che quello che abbiamo acquisito nello studio di noi stessi. L’albero di natale con le sue sfere ci ricorda l’albero sefirotico dei cabalisti. 
I re magi sono, anche, la rappresentazione di un processo di trasformazione, sono i passaggi che fa la sostanza per diventare sostanza per la costruzione dei corpi e del rinnovamento della coscienza, uno è nero, l’altro è bianco e l’ultimo è giallo. Nero è il mercurio arsenicato, e deve essere purificato con la mirra, che rappresenta la purificazione nel corpo, pratiche, castità etc…, la mirra è anche simbolicamente la giustizia, quella che nasce quando abbiamo imparato ad ascoltare la “voce” della coscienza. Bianco è lo stadio successivo a questo lavoro e può essere trasformato attraverso il dominio delle emozioni e soprattutto della mente che è il vento che le alimenta. Emozione può essere tradotto anche come “azione del sangue”, anche se la sua radice è legata ad “emovere” (portare fuori): la reazione fisica alla nostra attività mentale, e questa purificazione passa per la mente ecco come mai l’incenso. In india l’incenso è proprio per purificare l’atmosfera, l’aria, attraverso l’odore induce buon sentimenti, e pulisce l’aria che è proprio l’attività mentale. L’ultimo è giallo come l’oro e porta con se appunto l’oro, cioè la sostanza per realizzare il Cristo, il seme, che è la sostanza si colora di giallo, quindi non il colore giallo, ma il colore dell’oro, proprio per la presenza di atomici di questa qualità. Oro, incenso e Mirra sono i doni che sperimentiamo, riceviamo, quando nasciamo, quando nasce il Cristo, quando nasciamo alla luce della nostra coscienza, … il simbolo nel mondo dell’abitudine di farsi regali è un riflesso di questo.  
La “strage degli innocenti” legato all’editto di Erode, che rappresenta i sistemi del mondo, rappresenta l’uccisione sistematica che fa il mondo delle anime, che sono per loro natura innocenti. E’ la rappresentazione del condizionamento, del servilismo umano verso un sistema che ci inganna e ci anestetizza, rendendo ogni sforzo di risveglio od ogni presa di coscienza difficile quando impossibile. 
Onorare Gesù equivale ad onorare se stessi – “amatevi l’un l’altro come io ho amato voi”. Gesù è un mistero più grande di quella fiaba materialista che ci è stata raccontata. E’ bene capire che la chiesa è un istituzione e come tale un sistema, un sistema che si è venuto a creare proprio per vanificare il messaggio autentico, per allontanarci da un autentico risveglio; usa le stesse chiavi, episodi dei vangeli, ad esempio, ma li traduce in una descrizione o mappa che non serve per giungere a conoscere. In 2000 anni la unica vera testimonianza di se che la chiesa ha dato è di connivenza col potere, inganno, guerre e crociate contro chiunque avrebbe potuto rivelare il segreto della sua stessa genesi. Controllo, persecuzioni, tutta la storia di questa istituzione si è macchiata del sangue di innocenti. Ha usato il messaggio del maestro Gesù per camuffare le ragioni di un terribile potere, una vera e propria tirannide, la stessa che lo ha messo in croce. Gli organi, nel corpo umano, servono anche per sognare, ed invece in queste notti ci abbuffiamo, li sovraccarichiamo di cibo, impedendo di fatto ai nostri organi di assorbire la coscienza e le energie che si spostano sollecitate dalle influenze del cielo di NATALE.
La chiesa usa gli atti e gli insegnamenti di Gesù. Pare essere la stessa cosa, ma non lo è, riveste l’insegnamento di un velo che distorce ed altera la sua autenticità, proprio come, guarda caso, fa lo “spirito di opposizione” creato dagli Arconti, di cui si parla in Pistis Sofia, che ricopre e riveste l’anima e la fa “peccare”. A questo proposito si legge in Pistis Sofia:  
«All’esterno dell’anima mettono lo spirito di opposizione, che la sorveglia e che le è stato assegnato; gli arconti lo avvincono all’anima con i loro sigilli, con i loro vincoli, e lo sigillano a lei affinché in ogni tempo la costringa a compiere costantemente le loro passioni e i loro misfatti; affinché lei li serva in ogni tempo; affinché resti in ogni tempo, nelle trasformazioni del corpo, sotto la loro sottomissione; lo sigillano a lei, affinché lei venga a trovarsi in tutti i peccati e in tutte le passioni del mondo. È per questo motivo che io ho portato i misteri nel mondo: essi sciolgono tutti i vincoli e tutti i sigilli dello spirito di opposizione che avvincono l’anima; essi rendono libera l’anima, la svincolano dai suoi genitori, gli arconti, la trasformano in luce genuina; essi la conducono su nel regno di suo padre, della prima uscita, del primo mistero, per sempre. È per questo che, una volta, vi dissi: «Colui che non abbandona il padre e la madre, e poi viene e mi segue, non è degno di me». In quel tempo, dunque, vi dissi: «Dovete abbandonare i vostri genitori, gli arconti, affinché io vi renda figli del primo mistero, per sempre».

Altri sono i simboli del Natale, …

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Un problema di “attenzione”

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La nostra ATTENZIONE è talmente dispersa che c’è bisogno di allenarla perché sia contenuta nel “corpo”; è in questo che consiste l’autentico qui ed ora, il ricordo di sé o “presenza”. E sì, perché “sentire” il corpo, portandoci l’attenzione, equivale a realizzare un certo grado di “presenza”. Solo alla luce di questo si rendono necessarie tutta una serie di misure, note col nome di pratiche, esercizi, discipline, tentativi, etc… atte, in definitiva, esclusivamente ad ancorare la nostra attenzione nel corpo. Il corpo è il luogo della concentrazione di tutta la nostra esistenza, della concentrazione della nostra energia vitale, se la nostra attenzione va altrove, lentamente finiamo per dissiparlo, per consumarlo, per consumarne la forza vitale.

Si, perché dove è la nostra attenzione lì sarà la nostra “energia”, la nostra vitalità, e senza che, in qualche modo, possiamo reintegrarla questa “energia”, si perde. Questo ci consuma. Ecco perché le emozioni alla fine ci logorano. Spostano la nostra attenzione fuori di noi stessi, fuori dal luogo della concentrazione della nostra esistenza, il corpo. Il corpo non esiste gratuitamente, esiste e rimane in vita grazia ad una certa attenzione che noi gli rivolgiamo, di modo da caricarlo continuamente di nuova linfa. Intorno a noi ci sono certe “qualità” che possono essere assorbite per espanderci, rivitalizzarci, etc… ecco perché certe pratiche yogiche o similari funzionano. Assorbimento; invece che dissipare, assorbiamo. Semplice da capire. Quando la nostra attenzione divaga noi disperdiamo le nostre risorse, disperdiamo un certo quantitativo di vitalità, di “energia vitale”, si direbbe in certe scuole; questo perché, come ho già detto – «dove è la nostra attenzione, lì saranno od andranno le nostre “energie”, la nostra forza, la nostra vita».

Questo è un punto centrale in questo lavoro: dove va la mia “attenzione”? Il problema della presenza è secondario. Noi arriviamo alla “presenza” per mezzo dell’attenzione, anzi, per meglio dire, la “presenza” è un effetto “collaterale” del fatto che abbiamo imparato a dirigere la nostra attenzione, ad esempio, sul corpo, su una certa particolare sensazione del corpo, estremamente difficile da descrivere, ma che, sperimentata, ci rende coscienti di cose che adesso ignoriamo, è una sensazione che sperimentano coloro che provano ad usare o rivolgere la loro attenzione, che equivale a dire il proprio pensiero, la mente, proprio sul corpo.

Nel farlo questi individui scoprono che possono farlo solo per pochi istanti, e che esistono tutta una serie di attività, comportamenti, pressoché automatici, che interferiscono con un normale e naturale funzionamento della loro attenzione. Scoprono anche che però promuovendo questo intento lo rendono “ripetibile”. La ripetibilità è possibile solo se mi rendo conto che esiste il “fenomeno” e che ho un “problema”, che risiede nella mia condizione di vita o psicologica, di servitù, che mi induce a sperperare tutte le mie risorse invece di usarle in modo coerente. Ecco perché, appunto ed allora, l’autosservazione funziona, perchè ci disponiamo ad osservare con attenzione dove di solito non guardiamo, ovvero, dentro. Tra l’altro anche quando siamo convinti di stare osservando il mondo potremmo o non potremmo renderci conto che non lo stiamo “guardando”. Ci sono dettagli nella nostra vita che ci sfuggono perché vengono puntualmente rimossi dalla programmazione ricevuta attraverso il condizionamento o la prima educazione.

Ogni volta che portiamo l’attenzione su di noi invece che esclusivamente fuori di noi permettiamo la ripetibilità del fenomeno, che passa per la sensazione di cui sopra. La conseguenza di questo atto è la presenza e la scoperta che né gli altri, né le circostanze sono a noi avverse o favorevoli, ma che in realtà esistono, punto. Apriamo gli occhi e lo sguardo ad un mondo diverso, più colorato, proprio come accadrebbe con un televisore Full HD invece che al plasma. La definizione dei dettagli aumenta e percepiamo; potremmo anche vedere cose che fino ad oggi c’erano, ma non vedevamo. Una maggior attenzione verso il corpo porta ad una migliore visione dei dettagli. Potremmo allora anche renderci conto che, ad esempio, gli altri o le circostanze cambiano, smettono di essere le concause della nostra miseria e mancanza di energia, o di attenzione, o considerazione. Ho cambiato il modo di vedere le cose. Le cose sono sempre le stesse ma le percepisco e capisco in modo differente, senza il filtro dei miei pregiudizi, concetti, descrizioni o peggio credenze.

Quando vediamo che l’attenzione “attiva” si perde in certe forme di passività, l’importante, almeno sulle prime, è evitare di tentare di fare “qualcosa”, questo nel tentativo di capirci qualcosa di più sul fenomeno in atto, sarebbe meglio restarne “davanti” e semmai “soffrire” per quello che vediamo, per la nostra inadeguatezza, per la nostra mancanza di Coscienza, passata e presente.

Per “soffrire”, ed è per questo che l’ho messo tra virgolette, si intende evidentemente “capire”, si intende “comprendere”, “rendersi conto” di qualcosa che fino a quel momento ignoravamo che esistesse. Si tratta di una “presa di coscienza” necessaria che ci produce una certa “amarezza” e conseguente bisogno di porre rimedio. E’ grazie alla predisposizione all’osservazione che la “realtà” su noi stessi, sulla nostra condizione di incoscienza, di inconsapevolezza, di “condizionamento”, emerge. Capiamo che le cose sono diverse da come ce le crediamo e ce le hanno raccontate. La “coscienza” ha questa grande qualità di renderci “reali”. Ma può essere esercitata solo se ci impegniamo a ridirigere la nostra attenzione in modo attivo verso quello che stiamo facendo, sentendo, odorando e soprattutto pensando, mentre siamo sottoposti a certe condizioni esteriori. Questo non è un allontanarsi dalla realtà o dagli altri o dalle circostanze, ma semmai è un entrata a pieno titolo in quello che ci sta accadendo, perchè stiamo imparando a contemplare tutti i valori in campo, non solo i nostri preconcetti o gli eventi esterni. E’ in questo che consiste il conoscere se stessi.

E’ la “visione” alla quale siamo giunti e pervenuta a noi, grazie ad una “presa di coscienza”, a produrre una nuova “conoscenza” di noi e di certi meccanismi (“nosce ipsum” o “temet nosce”). E’ così che giungiamo ad un aumento della consapevolezza: una presa di coscienza dopo l’altra. Ecco perchè dico che l’idea di “risveglio” porta in se un inganno se lo fissiamo in termini assoluti. Risveglio è “prendere coscienza” e la coscienza è una qualità che si ha o non si ha, che si è o non si è, non è qualcosa da risvegliare, ma da mettere in “atto”, da azionare o da cercare ed eventualmente “sviluppare”, o semmai da tenere sveglia; tutto passa sempre per un lavoro specifico. Il grado di attaccamento, di assuefazione e di dipendenza dai sistemi del mondo è sicuramente un ulteriore “handicap” nella ricerca di una “presa di coscienza”. Il problema è che nessuno sa realmente chi è, o cos’è; nonostante questo permettiamo comunque ad altri o a qualcos’altro di dircelo.

E’ un po’ come quando, tanto per usare la metafora di matrix, Neo sta andando dall’Oracolo e parla del posto dove mangiava tutti i giorni, e si rende conto che ha vissuto un “illusione”. Trinity risponde che matrix non è in grado di dirgli chi è, proprio come certe idee e descrizioni che impariamo presto a fare nostre. Su queste idee costruiamo altre idee ed anche quando incontriamo un lavoro di scuola lo interpretiamo alla luce delle idee pregresse. Ecco perché è così importante capire come ha funzionato l’educazione e quali schemi comportamentali oggi determina, per poi liberarcene. Come? Con una nuova visione o mappa direbbe qualcuno altro, una mappa che si costruisce con una “presa di coscienza” dopo l’altra, non possiamo acquisire tutto per acqua fresca perché così non capiamo, cambiamo solo le foto nella stanzetta, ieri c’era Simon Lebon oggi ci metto la foto di sri “quello che vi pare”, o del maestro x, y,z. Sempre nella stessa scena infatti Neo replica stizzito, stufo di essere ingannato, – “l’Oracolo, invece sì?!” – A quel punto Trinity cerca di fargli capire che si tratta di un altra cosa ed in realtà lo è un altra cosa. L’oracolo non è una persona fisica, non è nemmeno un maestro o un insegnamento e non è nemmeno una guida come la possiamo immaginare noi.

Nella metafora ella è la “conoscenza” di sé. Un programma intuitivo per lo studio del comportamento umano, dirà l’architetto di matrix; e non a caso sulla porta della sua cucina (altro potente simbolo alchemico del film, la cucina è il luogo dove c’è il forno ed il lavoro di trasformazione di sé) come nel tempio di Delphi, c’è scritto “temet nosce”, ovvero, conosci te stesso. La vera “conoscenze” perviene attraverso un azione della coscienza, che puoi avere o non avere. Le scuole dovrebbero essere luoghi dove praticare, dove apprendere le informazioni necessarie per restare abbastanza traumatizzati da prendere quella giusta coscienza che ci serve per capire cosa stiamo combinando nella nostra vita, un luogo dove incontrare persone affini con cui confrontarsi e crescere, non il luogo delle frasi fatte, delle citazioni, degli assoluti, delle regole e delle verità incontestabili, o, peggio, della venerazione incondizionata di maestri a vario titolo. Ma torniamo al “lavoro” che è la parte più interessante dell’informazione.

Noi, inteso come quello che ci crediamo essere oggi, quello che ho chiamato appunto, l’umano, l’idea che abbiamo di ciò sia l’uomo cioè, dobbiamo solo poterci predisporre affinché essa, la coscienza, se c’è, si possa esprimere. Non è l’umano infatti a fare il lavoro di comprensione, altrimenti non c’è “lavoro”. Questo perchè l’umano ha imparato a identificarsi con l’ego e quando c’è ego, c’è solo separazione, c’è giudizio, c’è morale, c’è la regola, forse ci sarà anche il “buon comportamento”, ma non è detto che ci sia la “presa di coscienza”. L’unica autentica predisposizione di cui disponiamo è la predisposizione ad “osservare” i fenomeni, sapere che c’è e iniziare ad osservarli, aspettando che la coscienza o anima si renda conto di quello che sta osservando, aspettando che abbia la sua illuminante intuizione. E’ in questo che consiste la “comprensione”. Ecco perché l’auto osservazione equivale ad auto guarigione; quando capisco, so, e quando so, sto meglio, la conoscenza è portatrice di un “benessere”, ecco perchè, almeno intellettualmente ci è stata tolta, ci sono state tolte le chiavi di lettura e la pratica per appropriarcene. L’ignoranza è dolore e porta ad ammalarci, porta schiavitù e dipendenza dagli altri e dai sistemi; sistemi, che pare facciano il bene comune, ma fanno solo gli interessi del proprio “centro di potere”, il vertice di una piramide.

“Lazzaro”, altra potente analogia della condizione umana, nei vangeli è un lebbroso resuscitato dal Cristo, che non è un individuo, ma la “coscienza”. L’atto del resuscitare è la “presa di coscienza” di essere morti dentro, di essere schiavi, … la condizione di “lebbrosi” è la rappresentazione del nostro corpo energetico, vitale, martoriato a causa della manifestazione delle emozioni negative, del malumore, dell’odio, dell’attenzione rivolta in cose diversa da quello che è il centro della nostra vita, la coscienza di sé. Ci stiamo buttando via e non ce ne rendiamo più conto e ci siamo anestetizzati per non sentirne più il “dolore”. Guardate! Una persona che è ribelle a questo mondo non gli resta che darsi alla pazza gioia, bere, fumare, farsi di stupefacenti, ed altro di simile. Oggi giorno questa cosa si è estesa a tutti gli altri, ma questo è un altro piano di intervento strutturale. Un cretino è più facile da controllare.

La felicità tante volte è solo apparente, anche perchè non si spiegherebbe come mai ognitanto ci infuriamo. Trattandosi di un falso, appena qualcosa va storto, appena qualcosa non va secondo le nostre aspettative, diventiamo infelici, perdiamo quella apparente felicità, che quindi non era vera. La semplice “presa di coscienza” di questo ci permette di smettere di farci inutili illusioni. Con questo non significa che l’autentica felicità non esista, non esiste nel nostro concetto, o secondo un concetto polarizzato che ci è stato passato. La vera felicità è “assenza di odio”, ed è, anche questa, un’altra sottrazione, non qualcosa da aggiungere, ma qualcosa che è stato tolto ed adesso permette l’espressione del reale che c’è. L’idea stessa di “ricerca della felicità” è a sua volta un inganno, implicitamente stiamo affermando che adesso non lo siamo, non lo siamo, siamo insoddisfatti, ma questo senso di insoddisfazione è prodotto ad oc.

In questo ordine di credenza è evidente che indugiare nella “felicità” di oggi, significa produrre “dolore” domani. Guardate che è facile da capire. Se divido il mondo in bene e male, a seconda delle condizioni che si vengono a produrre nella mia vita, sarò felice od addolorato a prescindere dall’oggettività dei fatti. Felice se la cosa è bene per me, se mi soddisfa, ed anche qui dovremmo domandarci chi realmente si avvantaggia di questo, se noi od il nostro parassita, addolorato se la cosa è male, quindi sempre dal punto di vista del mio egocentrismo. Bene e male dipendono dalle mie aspettative e dal processo di condizionamento che ho ricevuto. Se la pianto di divide il mondo in bene e male quello che accade, accade, questo perché sta già accadendo.

Questo non significa non agire, significa “vedere”, significa capire, significa sapere cosa diavolo sta realmente accadendo. Se guardo tutto con la lente dei miei concetti tutto quello che mi resta è essere d’accordo o no, essere felice od addolorato; invece il meglio sarebbe essere “coscienti” e quindi capire. Ci sono gradi nella presa di coscienza della propria condizione, e di solito sapere del problema non è sempre sinonimo di esserne fuori. Questa sicuramente è la più pericolosa delle “illusioni”. Personalmente cerco di stare in campana. So che non tutto quello che mi controlla è in superficie. Senza un lavoro specifico e continuato sulle nostre parti in ombra, è facile crearsi false illusioni e pensarsi liberi, quando non lo si è. Se quando vado a letto “sogno” questo è un sintomo di quello che sto dicendo.

L’anima, qualsiasi cosa questo significhi, può essere liberata, ma bisogna sapere come. Se la mia vita è disseminata dalle manifestazioni dell’ego, e il fatto che uno ha collera è un sintomo di questo, significa che ha ancora da venire la vera libertà. La “collera” si genera o è stata generata da almeno 4 fattori: frustrazione (dovuta alla condizione di impotenza che si vive), paure, dubbi e sensi di colpa, che sono tutte conseguenze della nostra schiavitù personale. Siamo parassitati dai nostri stessi “io”, essi si nutrono dell’energia delle nostre emozioni e non ci danno niente in cambio, anzi ci lasciano spompati e delusi, quando svaporati ed illusi. Ci sono cose che non vediamo, non perchè non esistono, ma perchè ne ignoriamo l’esistenza, questo perchè la “mente” rimuove tutto quello che non siamo in grado di classificare, ecco perchè tocca passare anche per un tipo di istruzione, o meglio informazione, che ci permette di cambiare la mappa che abbiamo depositato in testa e con cui descriviamo l’esistenza ed il mondo.

Se certi “elementi”, che per comodità abbiamo chiamato ego, aggregati, o “interferenze”, ancora aleggiano nella nostra psicologia, è bene agire con le dovute cautele. C’è un pericolo nel pensarsi fuori dal problema quando no lo si è. L’anima, la parte reale, liberata conduce una vita completamente differente da quella che sperimentiamo di solito. Prendere la “pillola rossa” serve esclusivamente a “prendere coscienza” che c’è un lavoro da operare, questo per poter al fine vedere quanto è profonda la tana del “bianconiglio”, che è ancora una volta il nostro inconscio, luogo in ombra, dove abbiamo ficcato ed imprigionato, in condizionamenti ed attaccamenti egoistici, la nostra vera “essenza”. Capire cosa essa sia e se ne siamo in presenza è un bel problema, visto che tendiamo a crederci più di quello che siamo ed a non valorizzare quello che invece dovrebbe esserlo.

Attenzione, molto dipende da questo. Grazie a come utilizzo la mia attenzione posso imparare a vedere il fenomeno e provare a trarne, da solo, i conseguenti aggiustamenti. Posso fare gli adeguati collegamenti con le informazioni ricevute, ma se quelle informazioni le prendo per buone senza passarle al vaglio della riflessione interiore sto creando altre nuove credenze, che come tali mi offuscano invece che chiarirmi. Sulle prime forse è utile indirizzarla nell’osservazione di certe specifiche manifestazioni, per poi estendere l’abilità verso le altre o verso l’ego. Potremmo ad esempio, indirizzare la nostra attenzione su i seguenti 6 semplici modi con cui noi disperdiamo la nostra energia fuori, consumandoci e svuotandoci, privandoci di una risorsa vitale che potrebbe essere impiegata diversamente.

*Immaginazione, di solito negativa (la preoccupazione ne è un aspetto), il *Mentire (anche involontario), non dare falsa testimonianza si riferiva proprio a questo, cioè al non dare falsa testimonianza di sé. Un’altra “brutta” bestia è l’*Espressione delle Emozioni Negative, che non vanno represse ma comprese di modo da giungere e scegliere consapevolmente la non espressione. Ed ancora, l’*Identificazione con circostanze, eventi o cose, o la *Considerazione, che è un vero bisogno di attenzione da parte degli altri; la considerazione è un modo di predargli l’energia, lo facciamo lamentandoci, auto commiserandoci, correggendoli, o cercando di attirarne la loro attenzione o considerazione attraverso la simpatia o la sessualità. C’è poi il *Parlare Inutile, inteso come la chiacchiera continua che usa il pensiero associativo che ci distrae e ci consuma al punto da avere mal di testa. Approfondiremo, comunque, più avanti ognuna di queste manifestazioni. .. Forse!

Quando capisco ed accetto il fatto di compiere un lavoro adotto una disciplina affinché io possa realmente compiere una qualche trasformazione; in questo modo, da solo, possa liberarmi dalle “interferenze” che spostano continuamente la mia attenzione altrove. Dal punto di vista pratico si direbbe che devo collegare la mente con il corpo, cercando quella particolare “sensazione” che mi permette di restare agganciato a quello che accade. Siamo come una pallina di metallo in un flipper che viene sballottata in tutte le direzioni.

L’attenzione “attiva” diventa una calamita che da sopra il vetro ferma questa corsa alla reattività e mi fa “prendere coscienza” di essere in un flipper. Se necessario sarebbe bene valutare l’ipotesi di collegare il lavoro ad un forte stimolo, ad una forte abitudine che abbiamo, mi viene in mente qualcosa tipo: fumare o mangiare – o stabilendo prima in quale istante orario della giornata farlo. Per “lavoro” intendo qualcosa che assomiglia all’ascolto, intendo cioè provare a guardarsi fare le cose, guardare il mondo senza fissarlo, percependone la spazialità; accendere quell’interruttore della nostra attenzione in modo “attivo” in quello che sta accadendo e contemporaneamente in quello che sto facendo, essendo cosciente di quello che c’è fuori e dentro di me. Il fuori è solo un aspetto del momento presente, non è la totalità. Siccome il più del tempo quest’interruttore è spento serve trovare espedienti adeguati, e sempre nuovi, per accenderlo, ricordando proprio che dove è la mia attenzione lì andrà a riversarsi, o sarà, la mia “energia” (vitale).

Un attenzione “attiva” su se stessi si raggiunge con il “lavoro” e gli “sforzi” nel tentativo di metterla in atto, … senza forzature, ma usando l’osservazione e la cautela. A volte può tornare utile conoscere qualcuno che l’ha raggiunta, che la sa esercitare a comando, cioè. Qualcuno che te la fa sperimentare. L’attenzione interna in una persona in grado di mettere la mente in calma, vibra ad una certa frequenza che il tuo “essere” è in grado di riconoscere e sintonizzarsi. Ecco perché tendiamo ad affezionarci a maestri e guru, ed ad attribuirgli qualità di “risvegliati”, ma il loro compito dovrebbe essere solo quello di farci sperimentare un certo grado di “attenzione”; il resto dovrebbe venire da se quando abbiamo imparato a individuare e ripetere il fenomeno a piacimento. La “presenza” è legata all’attenzione, e l’attenzione è legata all’idea di “ricordo di sé”.

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