L’Arcano e le Emozioni

Praticare l’Arcano non significa praticare sesso. Il sesso che fanno tutte le persone del mondo è per riproduzione, è per il mantenimento della specie. Per quanto ne abbiamo fatto una questione ludica, il sesso che l’umanità pratica è solo per la riproduzione. L’arcano è l’unione sessuale per dare alla luce, per far nascere il Cristo intimo, che significa alla fine Coscienza, Coscienza SOLARE. Non si tratta solo di un atto senza lo spargimento della sostanza seminale e senza la perdita dell’energia sessuale, intesa come impulso o desiderio all’unione, ma di un ispirazione continua ed un tendenza alla Coscienza.
In poche parole l’arcano è lo strumento per la trasformazione totale da esseri umani a esseri divini. Il sesso è lo strumento per salire o per scendere nella scala evolutiva, quando diventa l’Arcano è lo strumento per lo sviluppo di sé e quindi della rivoluzione della coscienza. L’uomo è un animale speciale, particolare nel suo genere, egli è dotato di triplice destino: intelletto, sentimento e corpo fisico. L’ego è ciò che lo tiene nel sonno e nell’incoscienza. Solo l’uomo tra gli animali è in grado di provare odio, risentimento, invidia, possesso, gelosia, orgoglio, etc… negli animali questo non c’è perché si traduce tutto in un istinto di sopravvivenza.
L’umaniode ha queste caratteristiche perché è dotato di intelletto e capacità di sentimenti. Quando, a causa della mancanza di un educazione adeguata, egli si appiattisce alle più basse pulsioni (e non ne sto facendo una questione di merito, ma di qualità di energia; più sottile o più densa), l’intelletto si trasforma in “mente” e la capacità di sentire o del sentimento in “emozioni”. Le emozioni, e poco importa se sono positive o negative, sono entrambe dannose al nostro benessere psicofisico, perché sono frutto della percezione illusoria di ciò che è reale, si basano sull’aspettativa o di DOLORE o di PIACERE, sono una reazione del corpo ai nostri pensieri e quindi a come, grazie a quelli, “interpretiamo” le circostanze della vita. Il problema risiede nel nostro modo di articolare il pensiero che passa attraverso le credenze; credenze che a loro volta sono il frutto di una completa e mancata educazione.
L’aspettativa di PIACERE se non realizzata produce DOLORE e questo lo sperimentano tutti. Un autentico stato d’Essere non può essere scalzato da nessuna circostanza, perché proviene da un centro intimo oltre l’idea stessa di tempo. E’ il tempo, il suo concetto, il concetto che abbiamo di esso, a generare l’aspettativa.
Pur sapendo di risultare impopolare, in sintesi, dirò che le emozioni sono il veleno di cui ci nutriamo e con cui ci danniamo, sono veri e propri atomi di inferno che entrano nella nostra vita e ci procurano il dolore che di quando in quando sentiamo. Ho detto che lo sono anche quelle positive, perchè esse sono altrettanto artificiali ed alla prima disattenzione si trasformano in negative. Il vero sentire è il “sentimento”, un sentimento di sé profondo ed autentico, è come sentirsi innamorati anche se non c’è nessuno da amare nella nostra vita, è una stato d’essere che non ha contrario.
Le emozioni, lo dice la parola stessa – “emovere” – trasportare fuori, smuovere, agitare, etc… – non sono altro che reazioni del corpo fisico (emo-zione: azione del sangue): Reazioni a cosa? Ad un “idea”, ad un preciso codice di decodifica o di “interpretazione” delle circostanze; un azione cioè verso l’esterno viziata dal giudizio, dai concetti di bene e male, di piacere e dolore, etc… Trattandosi in un “interpretazione” personale non potrà che essere soggettiva e alterata dalle credenza che ognuno di noi sul mondo.
Un “interpretazione” per sua stessa definizione è una descrizione del reale, ma non è il REALE. Solo la “presenza”, il sentimento reale di sé ci permette di sperimentare il reale che noi traduciamo in di fatto stati di coscienza e consapevolezza diversi dall’ordinario, le nostro idee, i nostri pregiudizi, il codice morale di una società, le sue regole, il bisogno di etichettare e classificare tutto non fanno altro che alimentare questa visione distorta del reale. Perché? Semplice: controllo.
Tutto è studiato in modo da creare stimolo e reazioni (emo-tive), inducendoci a tradurre tutta la nostra vita attraverso o un senso di “minaccia” o in un apparente e fragile senso di “benessere”. Vediamo come funziona il senso di “minaccia”, esso è orientato ad attivare i meccanismi di sopravvivenza del corpo, quell’istinto, cioè, alla salvaguardia. Il sangue viene pompato alle estremità per un istinto alla “fuga” od alla “lotta”; questo perché il cervello e tutto il suo apparato, da quello nervoso al complesso di ghiandole endocrine, che sono gli attuatori finali, hanno tradotto il “pensiero” in “azione o reazione.
Questo accade perché difficilmente l’organismo è in grado di distinguere la “realtà”, il “reale” (accadimento) dalla “metafora” o allegoria della nostra visione soggettiva alterata ed “interpretata”. L’accadimento o circostanza è sempre reinterpretato dai nostri concetti, dalla nostra descrizione delle cose e poi trasferito al corpo. Interpreteremo, di fatto, dei semplici segnali elettrici inviati al cervello dai sensi, secondo il nostro pregiudizio prevalente, secondo le nostre idee di massima, secondo il nostro “spessore” o “qualunquismo”… … il che dimostra solo che non siamo realmente presenti ed in grado di capire la realtà in modo del tutto impersonale, cosa che invece, ciò che realmente siamo, è capace di fare. Ecco perché ad esempio nel testo in “Appunti di un’Opera Ermetica”[1] troviamo le seguenti parole:
“… per poter lavorare sulla materia prima è necessario che essa risulti del tutto impenetrabile alle nefaste influenze che continuamente tentano di entrare in lei, ottenebrandone il cuore e la mente …
[…] Tale chiusura si potrà ottenere con il sigillo di Ermete, ovvero con l’acquisizione dell’ammirabile potere di rendesi impenetrabile alle falsità, alle artificialità, alle lusinghe, alle erronee verità, alle attrazioni, agli interessi, ed alle emozioni collettive che di norma coinvolgono tutti coloro che tale sigillo non lo possiedono. In questo modo la Materia inizierà ad essere in quiete, non più turbabile e perturbabile dall’esterno e si potrà quindi operare su di essa con calma e distacco …
Per capirci. Supponiamo per semplicità che sia alla presenza di una persona e che ritenga ad un certo punto, senza un apparente motivo, che questa persona mi risulti antipatica ed quindi inizi sull’onda di quest’emo-zione equiparabile ad un disagio a comportarmi in modo sgradevole. Che cosa è realmente accaduto? A causa del tipo di educazione ricevuta ho imparato a tradurre le mie credenze, le esperienze pregresse ed i traumi in una reazione emotiva che chiamiamo “antipatia”, ecco che cosa è accaduto. Il disagio non è altro che un senso di “minaccia” mascherato alla mia coscienza di veglia, ma è questa l’informazione che trasferirò al corpo ogniqualvolta qualcosa o qualcuno mi evoca per dati motivi dettagli pregressi legati al mio primo grande apprendistato. Il corpo non distinguerà la metafora dei miei pregiudizi e prontamente produrrà una reazione, introducendo ormoni di un certo tipo nel torrente sanguigno. Il sistema di distribuzione del corpo riceve un messaggio di allerta e di minaccia che traduce in “pompare più sangue” – di modo da permettermi di fronteggiare quella stessa minaccia – o fuggendo, o lottando. Cosa che di conseguenza, visto che siamo stati tutti educati a controllare le nostre reazioni, si tradurrà nell’essere sgarbato senza motivo o in una ritirata simile ad un “inibizione”, “blocco”, “chiusura”, “repressione”, “freno”, falso “dominio di sé” o “auto-controllo”, un “reprimere” che non può che generare ulteriore intima “frustrazione”; fino ad anche gli eccessi della violenza verbale ed oltre …
Nonostante noi siamo psiche, cioè, ciò che anima il corpo, la Coscienza, l’intelligenza che abita il corpo, la sua unica e reale consapevolezza, non essendo a conoscenza di questi meccanismi veniamo continuamente travolti da questo fiume emo-tivo senza rimedio e per quanto anche quando le circostanze siamo oggettivamente sgradevoli, siccome siamo privi della adeguata conoscenza e quindi sviluppata capacità di fronteggiarlo, ad un certo punto, attueremo il nostro schema reattivo. Che cos’è l’antipatia se non odio?! Da dove arriva l’odio? Dalla “Paura”! Ma la “paura” non è forse un senso di “minaccia”?
Ogni qualvolta traduciamo le situazione e le persone che incontriamo come una “minaccia”, genereremo da soli il veleno dell’odio indipendentemente da quello che gli altri ci stanno dicendo o facendo, e questo è dovuto alla nostra incapacità e mancanza di sforzi di renderci, come dice la citazione, “impenetrabili alle falsità, alle artificialità, alle lusinghe, alle erronee verità, alle attrazioni, agli interessi, ed alle emozioni collettive che di norma coinvolgono tutti coloro” che ci circondano. Il problema non sono gli altri, è come abbiamo imparato ad interpretare la realtà, le cose che ci accadono, la vita che ci gira intorno è qualcosa di differente e per poterla realmente conoscere ed assaporare devo essere oltre il mio giudizio o pregiudizio. Abbiamo un filtro e quel filtro è il velo che ci impedisce di essere reali e di percepirlo (il reale). Un sentimento, una sensazione è invece qualcosa di indefinibile, difficilmente descrivibile agli altri, ma molto più presente e reale delle emozioni che siamo invece in grado di descrivere abbastanza con completezza di colori. Il sentimento di sé, le sensazioni, sono una sorta di sottofondo interiore tenue e delicato, che ci comunica costantemente informazioni su come interagire con le cose e l’ambiente; con le energie sottili, ad esempio, che sono un aspetto interessante della realtà che ci circonda. Questo sottofondo indefinibile è quasi sempre soffocato dal dialogo incessante ed inutile e dalle emozioni, ma col tempo può diventare potente e chiaro, se ci concediamo il tempo di ascoltarci dentro e riconoscere in questo non solo la nostra vera voce interiore, ma il nostro Reale ESSERE.
L’ostacolo oggi risiede esclusivamente nel fatto che noi ci crediamo di essere le idee che abbiamo appreso ed a cui abbiamo creduto insieme alle emozioni che proviamo: noi ci crediamo di essere loro, prendiamo completamente identità dall’immagine che abbiamo definito di noi col tempo, prendiamo identità dalla descrizione, cioè, che via, via abbiamo prodotto per sopravvivere in questo mondo così “ostile”.
Lo stesso funziona col bisogno o senso di “benessere”. Una persona ci tratta gradevolmente, ci gratifica, ci fa sentire bene, ci da la considerazione che vogliamo, diventa una cosa che ci colpisce e che vogliamo riprovare ancora. Da quel momento in poi, in maniera inconsapevole, assoceremo un idea di gradevolezza ad uno qualsiasi dei particolari registrati della circostanza, del luogo o della persona; creeremo un immagine ideale pronta a ritornare in superficie quando il piacere è svanito, o quando ne sentiamo il desiderio od ogniqualvolta quei certi dettagli ricompariranno nella mia vita. Diventeremo anche ossessivi quando le persone o le circostanze non ci restituiranno la gradevolezza desiderata. Diventeremo dipendenti e compulsivi dal bisogno di soddisfare questo desiderio.
Ad esempio, incontrando una persona con uno di questi dettagli o che ce li ricorda, percepiremo internamente, se privati dell’attenzione necessaria per percepire l’istante in cui tutto sta realmente accadendo, un emozione gradevole in generale (di fiducia, benessere o altro, passeggera), che ci porterà a ricercare un qualche genere di contatto con la situazione o l’individuo (uomo o donna che sia) ponendolo di fronte proprio a quell’aspettativa di “benessere” o “felicità” provata. La o lo, porremo di fronte, sia questo un luogo che una persona, alle nostre aspettative le quali appena verranno deluse si tramuteranno in nuovo senso di “dolore” o di “antipatia”, “contrarietà”, “minaccia”, etc… Perché dico che vengono deluse? Non è pessimismo, è che è impossibile pretendere che gli altri siano come noi ci aspettiamo; è come volergli imporre una maschera, un comportamento, un condizionamento, una condizione esistenziale solo ad esclusivo vantaggio nostro ed esclusivamente per farci o darci piacere.
Ognuno è ciò che è, questo lo dobbiamo capire, non è e non deve diventare l’immagine o l’idea che ci siamo fatti di lui o di lei. Non possiamo esigergli assolutamente nulla come non vogliamo che ce lo esigano a noi. Come pretendiamo la libertà per noi stessi di fare ciò che ci sentiamo o sentiamo “giusto” dovremmo essere disposti a concederla a tutti gli altri, essendo questo “giusto” solo il frutto del nostro modo di pensare e di credere o di descrivere le cose al nostro livello di comprensione e non un “assoluto”, … altrimenti non siamo per nulla diversi dai tanti Predatori e Tiranni di questo mondo.
Non dico che non esista la capacità di percepire nell’istante istintivamente una “minaccia” distinguendola da una “benevolenza”, quello che sostengo è che il corpo non distingue quando siamo in presenza della metafora dei nostri concetti. Questo perché la differenza non sta nel corpo, ma nella Coscienza che siamo in grado di esprimere nell’istante. Quando siamo presenti a noi stessi le emozioni si trasformano in sensazioni, in energia fruibile e subito, è lo schema ideologico, i concetti che si traducono di fatto in un associazione emotiva. Passiamo il tempo a valutare, in termini di bene o male, le circostanze invece che viverle, rimanendo bloccati in uno stato emotivo invece di usare quell’energia per compiere qualcosa di veramente reale, unico e soddisfacente. Quando vediamo o ci accade qualcosa la valutiamo con la mente e questo genera emo-azioni fisiche. La mente però non è l’intelletto. L’intelletto non chiacchiera tutto il giorno ininterrottamente, questo è un modo alterato ed artificiale di funzionare della funzione intellettuale o del pensiero. L’intelletto passa per un ispirazione, la lampadina che si illumina nei fumetti. Altre volte ci basta riportare il nostro pensiero ad un episodio pregresso per risentire nuovamente un certo stato emo-tivo. Altre volte ci proiettiamo in un possibile futuro ed ecco comparire la preoccupazione, che non è altro che ancora una reazione fisica ad un idea, ovvero un emo-zione.
Dall’ansia al rancore sono tutte reazioni fisiche ad idee ed ad una visione, cioè, ristretta della realtà che è la vita. Le idee sono credenze non sono la vita, la vita accade ed io la posso percepire se smetto di continuare a giudicarla o paragonarla a qualcosa di conosciuto delle mie idee o credenze.
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Ma torniamo all’Arcano. L’Arcano tecnicamente si processa quando chi lo pratica non produce e non si abbandona all’orgasmo animale, che come tale è lo strumento della riproduzione, l’amore è un altra cosa. L’amore è una possibilità, l’amore è la possibile che la Natura dà all’uomo per svilupparsi ulteriormente dalla sua condizione umana; l’amore è lo strumento che ci fa intuire che ci deve essere di più della sola riproduzione ai fini della razza. Ma siccome manchiamo della necessaria informazione e conseguente educazione ed addestramento, tutto questo rimane esclusivamente un desiderio inascoltato, una anelito senza sviluppo, la scelta che resta a livello pressoché inconscio di cui parla ad esempio l’architetto di matrix, il sesso resta dunque solo una possibilità potenziale di incontrare il piano Divino qui ed ora in noi e stabilirne una relazione duratura e “presente”.
“il 99 per cento dei soggetti testati accetto il sistema a condizione di avere una scelta, anche se la consapevolezza di tale scelta era a livello quasi inconscio. Benché la trovata funzionasse, era fondamentalmente difettosa, dato che di fatto generava quella contraddittoria anomalia sistemica, che se non controllata poteva minacciare il sistema stesso.”
L’umano è a metà tra gli dei e gli animali, solo che per evoluzione non diventa divino, lo diventa solo per un atto di volontà che chiamiamo in gnosi rivoluzione e che è quella contraddittoria anomalia sistemica di cui si parla qui. Senza rivoluzione l’amore resta un potenziale latente che non sboccia; resta solo latente e col tempo si spegne se non viene ben realizzato o veicolato. Per farlo è possibile solo se si riceve quella data educazione adeguata affinché ciò che c’è e che può emergere per sua naturale predisposizione emerga, ma non è l’unica condizione necessaria. La nostra vita è una scuola e non si finirebbe, volendo, mai di imparare. Gli uomini, invece, col tempo si abituano alle condizioni di vita che sono state stabilite qui da tempi remoti e dai nostri antenati, essi finiscono per assuefarsi al sistema, spegnendo di fatto ogni opportunità di rivoluzione interiore.
E’ come nel mito greco, ci sono gli umani, che sono coloro che stanno a guardare, e poi ci sono gli Dei e gli eroi. Gli eroi sono coloro che aspirano a diventare Dei. L’eroe è l’autentico rivoluzionario: Neo, ovvero una divinità in Potenza, questo perché non basta conoscere, ma ci vuole una certa qualità individuale. Questo significa quindi che per quanto si possieda una conoscenza teorica anche perfetta essa non ha di per sé alcun valore e non provoca alcun vero cambiamento interiore se non è affiancata da una particolarissima e rara predisposizione.
Si tratta, in alchimia, di quella MATERIA PRIMA nella quale sia individuabile un modo d’Essere diverso dalla condotta comune, ribelle ed allo stesso tempo regale, una particolare tendenza a non poter scendere a compromessi con il normale modo di vivere, non una ribellione qualunquista, violenta, sguaiata, ma una condizione intima d’Essere, mite e determinata alla scoperta di sé stessi, la condizione esserica di colui che non accetterà mai i limiti esistenziali che invece sono sufficienti alle persone comuni.
Questa caratteristica è un “donus dei”, è – come dice l’Oracolo – essere o percepirsi innamorati. Solo tu lo sai se sei innamorato lo riconosci per istinti, e quando si parla di riconoscere qualcosa si implica la necessità di un qualche duraturo tipo di osservazione, significa una pazienza ed ascolto che si aiuta a fa emergere il reale potenziale soffocato dal mare i idee, preconcetti e credenze, che non solo ci annebbiano la vista, ma generano quella data interferenza così gradita al nostro ego, in quando personalissimo cibo, che sono le emozioni.


[1] manoscritto di anonimo pubblicato postumo (finito di scrivere in Ferrara il 21 dicembre 1963)
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